Antonio Di Gaspero
“PATRIE” RAPITE - 2005
Osservare una scultura di PAOLO TOSTI è un’ emozionante esperienza, che appaga completamente, ma se si va OLTRE, si riesce ad intendere perfettamente l’importanza data NON esclusivamente all’opera finita, compiuta, ma anche a TUTTO ciò che cerebralmente e materialmente l’artista SOTTRAE.
La sua scultura, pur appartenendo ad uno stesso PROGETTO D’INSIEME personale, regala UNICITA’, sia per concezione, sia per sviluppo operativo esercitato.
Le tematiche, importanti ma non complesse, affrontano sempre argomenti e problematiche legate all’ ESSERE, alla sua solitudine, alla sua precarietà, accentrando i desideri più reconditi dell’ ARTISTA, e che ad una lettura più accurata e sensibile, inevitabilmente PALESI, rendono la sua opera UNIVERSALE.
La creatività di TOSTI emerge immediatamente dalla PIETRA con i personali giochi VISIVI e dall’utilizzo di pietre diverse provenienti dai più disparati luoghi d’ Italia e del Mondo, “PATRIE” RAPITE sottratte alla Madre-terra, per realizzare opere che pur subendo fisiche EVOLUZIONI, conservano un’ intatta SACRALITA’ NATALE , lievemente e rispettosamente scalfite dallo scultore, unica persona che possa permettersi il SUBLIME SACRILEGIO.
Particolare attenzione, quindi alla sua scultura “architettonica”, splendide miniature, in cui i volumi PIENI, in totale armonia con i VUOTI, regalano SPAZI senza dimensioni, temporalmente ETERNI, dove virtualmente entrare, camminare, sostare in contemplazione.
Di eguale importanza il SAPER VEDERE lo spazio che circonda, che penetra la scultura di TOSTI: “ARIA” che nel suo insieme, in proprio VOLUME , crea un’ altra scultura, quasi impercettibile, nascosta, celata, quindi più vicina all’ ANIMA dell’artista.
La più autentica scultura è ciò che Tosti ha SOTTRATTO alla pietra e non ciò che rimane di essa, anche se l’ una ineluttabilmente inscindibile dall’altra.
Le opere bi-dimensionali, apparentemente, quasi ingannevolmente PROGETTI GRAFICI delle sue stesse sculture, sono in realtà, oggetto di DERIVAZIONE, conseguenziali al suo attento, lungo e laborioso OPERARE con la scultura: TOSTI, simbolicamente, in gesto creativo “VOMITA” tutto ciò che avanza dal suo scolpire, in maniera decisamente MENO PROPRIA , ma più immediata e veloce, quasi a volersi DISFARE di quel materiale, di morale proprietà universale, parte di “PATRIE” RAPITE. Per non essere in disarmonia, in debito né con la Madre-Terra, né con sé stesso.
Autorevoli studiosi dell’ arte hanno da sempre pensato ed asserito che l’ARTE è “SOTTRAZIONE”, ma mai come nel caso dell’ Artista PAOLO TOSTI, questa affermazione trova PRECISO riscontro.
Roberta Compagnucci
Forme predilette per la mostra "disabitare" - 2003
“Le cose non si possono afferrare o dire tutte come si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più’ indicibili di tutte sono le opere d’ arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra, svanisce perduta.”
Rainer Maria Rilke, 1903.
Riconoscersi in un accattivante gioco visivo, attraverso un dialogo, una conversazione a tre voci. Distinti itinerari creativi che si intersecano, interagendo in un unico ambito, quello dell’esperienza artistica, per approdare ad esiti autonomi e insieme complementari. Si attua un processo importante della vicenda artistica: l’incontro, il confronto, la dichiarazione.
Dis/abitare, questo il titolo scelto per l’ occasione, con un prefisso che indica la negazione, la privazione, la separazione. Da che cosa? Dalla dimensione opprimente, soffocante, della quotidianità, dalla monotonia dell’ ovvio, dalla banalità che ci opprime.
Il riferimento ad un luogo, come un riparo, un “luogo dell’anima”, con il quale si stabiliscono relazioni di tipo emotivo. Sono spazi solitari, silenti, muti, testimoni di presenze ora scomparse, spazi vissuti, ricchi di ricordi ma privi di vita.
Il sentimento di solitudine sottende al concetto stesso del dis/abitare. Nell’ isolamento vi è una sensazione diffusa di ambiguità, di presenze nella totale assenza.
L’atmosfera si addensa di ombre vellutate, impalpabili nella loro vibrazione; sono presenze lontane, “diverse”, evocate in un incontro che ha già in sé il seme dell’abbandono.
L’azione si svolge per sottrazione. L’intensità dell’emozione è più’ forte là dove non è chiaramente espressa, dove ne rimane solo un ricordo, rimpianto con nostalgia, evocato. Sono suggestioni rubate ad un tempo che passa inesorabile, che cancella.
Il luogo diviene la dimensione dello spirito. L’ assenza accentua il sentimento nostalgico, malinconico; il desiderio ricade sugli oggetti: raccontano le persone amate, di apparizioni fugaci, di ricordi che riscaldano, testimoniando il significato del loro essere.
Un oggetto può parlare di un mondo intero e la solitudine aiuta ad afferrarne il significato, come se il tempo di allora fosse ancora presente; ma ciò che evochiamo è ormai lontano, anzi scomparso.
Racconti minimi, bagliori, pennellate sfuggenti, ma intense nella loro brevità; forme essenziali, quelle scelte dai tre artisti, in nome di un’ arte di sintesi, priva di ogni sterile decorativismo. I versi si fanno corti, emozionanti, la luce strappa dal buio le immagini vibranti, gli spazi si aprono ad infinite vie di fuga.
dal catalogo "Scultura Viva, estemporanea banchina molo sud, mostra Palazzina Azzurra, San Benedetto del Tronto" - 1999
A dispetto delle apparenze, la scultura di Paolo Tosti s'inscrive nel flusso di una delle matrici della scultura mediterranea del nostro tempo e, più precisamente, di quella che a partire dalla metà degli anni '30 e fino ai nostri giorni annovera scultori come Julio Gonzales, Eduardo Chillida, Wander Bertoni e in Italia la vasta schiera dei Mastroianni, Garelli, Lardera, Somaini, Colla, Trubbiani, per fare qualche nome. E' quella scultura, per intenderci, che ingabbia le forme organiche e vitalistiche in una sorta di camera di decompressione per cui certe eiezioni materiche che sembrano ferire lo spazio fisico ripiegano, ideologicamente, nello spazio interiore dell'artista: una landa deserta che egli soltanto è in grado di popolare, ad libitum, di fantasmi e di replicanti, di presenze e simulacri nei quali si mimetizza il turbine dell'esistenza. Nelle sue opere, Tosti testimonia, malgrado la sua giovane età, l'attitudine a ricondurre la progettualità plastica entro forme, in cui piani sfalsati ed elementi aggettanti apparentemente conflittuali interagiscono, annullandosi in composizioni dove l'equilibrio delle masse è fattore essenziale di una ricerca plastica che privilegia la purezza e il nitore dell'espressività estetica, rinunciando a quelle lusinghe formali mediante le quali non pochi scultori, figurativi e non figurativi, cercano di épater le bourgeois. L'intervento "Confine" è il titolo che il marchigiano Paolo Tosti ha dato a questo suo progetto di intervento e in un breve scritto ne ha offerto anche le motivazioni. Motivazioni geopolitiche evidentemente ispirate a quel che accade in questi giorni in Yugoslavia e, segnatamente, nel Kosovo. In sostanza, ci dice l'artista, la parola "confine" come non mai, oggi è soggetta a ridefinizioni e a continui aggiustamenti in conseguenza delle ripetute violazioni geografiche e delle identità statuali dei popoli. L'intervento violento dell'esterno negli ordinamenti esistenziali delle genti è tale da sovvertire la naturalità dei meccanismi comunitari, per cui "il risultato è il Vuoto, che si struttura di nuove forme testimoniando gli eventi" (P. Tosti). L'artista, dunque, con questa sua scultura infieri vuole illustrarci una pagina di storia contemporanea. Qualcuno troverà assurdo che lo faccia ricorrendo a una metafora, quella del contenitore aperto e vuoto, la cui morfologia è più intuita che reale essendo connotata secondo modalità astratte. Forse questo giovane scultore vuole impartirci un'altra lezione, vuole cioè ricordarci che per testimoniare un episodio di violenza bellica non è necessario affidarsi all'immagine dell'uomo che lancia la propria stampella contro il nemico invasore.
Gian Ruggero Manzoni
da: "Lo sguardo del mercenario" - 1997
Il 'mercenario' (assieme al 'sicario', personaggio a me caro) oltre alla capacità di azzardare (divenendo veicolo liberatorio della psiche dei 'normali', dei 'conformati': gli uomini 'benestanti' e 'beneagenti', di solito frustrati dal quotidiano) è, letteralmente, sommo narratore di imprese, sia di vita che di malavita. Al pari del 'traditore' (figura teorizzata da Bonito Oliva), ma, direi, con maggior coraggio nell'esporsi, il 'mercenario' "fa!", affronta l'azione, si vende (diabolicamente) al miglior offerente (giusta metafora dell'uomo post-moderno), pagando, a sua volta (tramite una 'cosmica' individualità e la solitudine che ne deriva), la differenza ricercata e le scelte trasgressive che ne segnano con cicatrici la pelle. Il fascino (tardoromantico) anti-ideologico che lo avvolge si tinge del sangue e della malinconia proprio del 'perdente', colui che apparentemente con freddezza, si autoesclude da una realtà sistema che poggia il suo essere su leggi (morali) limitanti, ingiuste, e sulla convenienza, sull'ipocrita convenzione, sul falso rapportarsi. Le sculture di Paolo Tosti e le fotografie di Piero Roi, con relazioni e accostamenti, rimandi volumetrici, riflessi e scambi dal tridimensionale al bidimensionale, danno spessore, danno consistenza, al percorso-racconto di tale figura limite, estrema, a tratti epica, fermandone le continue mutazioni e quegli attimi (immaginifico-poetici) che ne caratterizzano lo 'sguardo', la vista interiore ed esteriore. La solida durezza (da me oltremodo apprezzata) dei lavori di Tosti, in cui la ricerca sui materiali si unisce alla spartana esigenza di forme aggressive assolute, trova compendio nel simbolico insinuante dei lucidi 'scatti' di Roi che, a momenti, indugiano, a loro volta, in rappresentazioni nette, decise, e, a momenti, danno invece respiro a un mondo lirico, abitato da diafane, ma testimonianti, figure femminili. Il taccuino di viaggio di questi due giovani artisti diviene avvincente, come totale può risultare la vicenda umana di colui che agisce affidando i propri equilibri al vento, al ferro, al fuoco, alla 'barbara rapina' del particolare, al fischio (acuto e devastante) indirizzato, quale richiamo, oltre il nulla dell'esistere.
Bruno Ceci
dal catalogo: "Paolo Tosti sculture, Galleria d'arte contemporanea, Fermignano" - 1997
Accade raramente di provare un sentimento inatteso, come di sorpreso stupore, di fronte ai difficili tentativi che un giovane artista compie nel rischiare le vele tremanti del proprio pensiero all'impetuoso vento di un mare ignoto, vuoi perché la certezza e la quiete che promettono lidi conosciuti pongono lacci da subito appaganti, dall'altra la vastità di acque gelide e profonde incute timore, promette sofferenza e balenii indistinti di lontanzanze remote. La decisione di procedere in solitudine alla ricerca di se stesso si è configurata in Paolo Tosti come un'esigenza necessaria, maturata attraverso una presa di coscienza autentica, profondamente pervasa di quella devozione e di quel coraggio che sono virtù difficilmente rintracciabili nel primissimo procedere di un'artista, a meno chè non siano la manifestazione tangibile di una bruciante creatività e di una vocazione assoluta. Entrare nella propria vicenda non a passi felpati, ma come navigante temerario, nel cui sguardo lampeggia un destino, è già icura promessa di portare la forma a nuova vita, di incamminarsi su quella via in cui "essere quel che non è mai completamente" viene chiamata interrogazione. Da questa volontà estrema di donare, da questo sorgivo fremito, che ci spaesa perché costringe continuamente a riattivare il nostro sguardo, nasce lo stupore e l'ammirazione per un giovane che ha tentato di pensare la scultura come arrischiata ricerca, guardando dritto a ciò che le è proprio e che la connota come linguaggio. A troppe superficiali tendenze è stata sacrificata, a tanti ambiziosi contorcimenti è stata costretta, a fragili e inconsistenti elevatezze è stata sospinta, la dove essa è stata vissuta come un corpo estraneo, come un semplice ammantarsi. Paolo conosce tutto questo, ha visto l'onda che ha trascinato nel fondo quella congenie di artefatti senza vita, ha troppo a cuore il divenire della scultura, per non avere rispetto e timore dell'eco silenziosa che promana dal suo senso più riposto e fondamentale. Disporsi all'ascolto di quell'eco, appartenere profondamente ad esso, sono state le prime conquiste, senza le quali non sarebbe stato preparato lo spazio propizio all'opera. Misteriosa e leggera come un soffio alato appare una delle sue prime prove, intitolata L'equilibrio del vento. Un'ebrezza misurata sembra ricondurre la forma-materia ad una condizione originaria ove l'intimo contatto con l'elemento, in questo caso il vento, mentre in un'opera coeva il rapporto viene intessuto con la terra, è la ricerca di quella connessione immediata ed infinita dell'esistere, ove il pensiero della scultura acquista il fluido configurarsi di una dimensione vitale. Come soffuse da un alito spirituale le due materie vengono curvate e unite in un ermetico equilibrio, ove coesistono la povertà dell'inserto in ferro, che reca inciso il colore del tempo e l'elegante sinuosità alare del marmo bianco. L'immagine modellata da un soffio salutare, appare, come se avvinta alle origini, fresca, tenera di vita e nuova. Ciò che appare sorprendente in questo lavoro, che segna per Paolo l'avvio di un cammino inquieto, proteso verso la propria essenza, è la capacità di toccare uno di quei rari momenti, nel quale il significato stesso del proprio lavoro si illumina e d'improvviso si chiarisce alla propria coscienza. E' proprio in questi stati infrequenti dello spirito la capacità di distinguere ciò che sta a fondamento dell'esserci, nello specifico la fioritura dell'arte da quando è sua vuota ripetizione, arido intrattenimento, mero ornamento. Senza titolo, del '92 è un'opera che invera l'aspirazione della scultura ad abitare poeticamente lo spazio, la sua vocazione a farsi spazio, a divenire luogo, di contro ad un'idea di scultura intesa come massa ripiegata su sè stessa, sistema chiuso di segni. Nell'urgenza di attingere dei contenuti rinnovati, che investono il problema delle forme nelle sue profonde inplicazioni di linguaggio, e trovino nel momento impregiudicato verso la vita la fascinazione di un rapporto creativo, va misurato lo slancio di tale incontro. La forma si apre all'abbraccio della terra, autentica materia primordiale del mistero, che custodisce nel proprio grembo il segreto del tempo, la trama nascosta a cui è permanentemente ricondotta l'opera e che la espone verso letture sempre inedite. Il materiale non viene mai esperito dal giovane artista anconetano come semplice mezzo per dare corpo all'idea, ma è forma-materia che "si fa avanti come sempre di nuovo chiudentesi", come una sorta di nucleo germinale mai esauribile. In particolare nel Funambolo, del 1993, il problema della ricerca del materiale diventa manifestatamente prioritario. Realizzata completamente da materiale organico, la scultura sembra inaugurare una sorta di poetica dell'ambiguità, sospesa su una sottilissima dialettica di "ordre-desordre" immaginario. Rosso instabile, medesimo anno, realizzato su blocco unico, pare riattingere la materia di marmo rosso di Verona all'innervatura oppositiva del fluire eracliteo, o alla holderiana "rossa cascata" che allude al violento scorrere della vita, continuo fluire nel tutto che l'opera costringe ad una fugace sosta. L'immagine disegna nello spazio un movimentato incastro di piani, quasi che l'esistenza fosse un fuggire di forme sempre più aspre. Le parole di Eraclito secondo cui "tutte le cose sorgono secondo contesa" risuonano con tutta la loro sapienza. L'immagine scultorea nell'economia mirabile dei segni, rivela una vigorosa densità semantica, attenta risonanza della forza profetica, nascosta nella riflessione del filosofo presocratico. La coscienza del disperdimento che caratterizza l'uomo contemporaneo costituisce il motivo centrale anche dell'opera intitolata Metamorfosi di un equilibrio, del '93. Le forme si muovono a contrasto, e nella pesante tensione degli incastri vaghi e oscuri annunci risuonano, che minacciano di curvare il pensiero verso un tempo di privazione. Contro l'avanzare minaccioso della distruzione, contro lo spossamento del proprio sé, che tende a fare dell'uomo un mercenario, perché soggiogato dal "drago che ha nome spavento", occorre mascherare l'inganno, liberando la realtà dai suoi falsi significati, dal superfluo che emerge alla superfice delle cose, e cogliere ciò che è invece suggerito dai segni remoti e sparsi nascosti nel mondo, perché è a partire da essi che il filo sconfinato del creare può di nuovo splendere a nuova luce, nei liberi sentieri non ancora percorsi, nelle isole celate della vita. L'angelo mercenario, del 1994, e Il fischiatore, del 1995 si configurano come momenti significativi di quella tensione esplorativa che coinvolge totalemente la ricerca verso l'attingimento dell'assoluto possesso dell'artista su di sé, la capacità acquisita di rendere scultura quanto ora tocca. Nello specifico vivere la scultura come autentico possesso significa saggiare il rigore formativo imposto dalle materie stesse, un'austerità estranea al fascino dell'estemporaneo e che sa dare spessore ad ogni singolo gesto, che nell'apparente chiarezza del processo realizzativo sa preservare nel mistero l'ardita sintesi plastica della linea, le sottili vibrazioni cromatiche individuate, scoperte ed isolate nella stessa materia, tutto questo con il minimo mezzo, senza che la naturalezza dell'espressione subisca cadute, ma concorra anch'essa a segnare il tempo e la misura dell'intensità dell'ispirazione. Quel moto che internamente muove il linguaggio scultoreo può dare vita a nuove presenze, inquietanti perché, nel manifestare la loro estraneità ad ogni riduzione strumentale, o rivendicano una duplice entità, vedi L'angelo mercenario sospeso tra l'ebrezza sacra del volo e lo slancio della caduta, o, come ne Il fischiatore, diventano emblemi inascoltati, il cui richiamo alla tristezza della realtà dilegua silenziosamente all'infinito. Se l'appello giunge inascoltato occorre allora cambiare prospettiva, forzando le forme e disponendole alla difesa se non all'offesa. Quando nella realtà non regna la trasparenza anche i segni dell'arte tendono ad acquistare un'accecante evidenza. Ferro e fuoco, del '95, nello splendore spirituale della materia, ci inizia al mistero di un'arma ben più possente di quelle che realmente offendono; queste segrete forme di pietra vulcanica testimoniano che la scultura ancora vive, e che il suo spirito, quando attinge a sorgenti incorrotte, è in grado di animare il morente mondo della vita e dell'arte stessa.
(Urbino, marzo '97)
Maurizio Cesarini
"Paolo Tosti e la scrittura della materia" - 1998
L' etimologia stessa del termine scolpire si allarga ad afferrare una serie di sinonimi come: incidere, tagliare digrossare, con radici che si avvicinano alla definizione di scrittura. Già questa assonanza di etimi, pone la ricerca plastica di Paolo Tosti in un ambito senza dubbio più ampio della semplice definizione di scultura. Scrivere con la materia, in una lingua che è la materia stessa, scrivere con lo spazio che assume valore di interpunzione, di pausa entro l'ingombro fisico della forma. Eppure c'è in Tosti un'ambivalenza sottile tra massa, volume e spazio; la pietra, il marmo, il cemento presenti nella loro fisica plasticità pure si alleggeriscono attraverso le cavità in cui penetra il vuoto e la luce. Le superfici seppure fisicamente e volumetricamente presenti non si sottraggono alla luce, elemento leggero, anzi acquistano da questa una più netta configurazione. Diceva Nietzsche: "tutto ciò che è buono è leggero" e questa definizione può ben adattarsi alla scultura di Paolo Tosti, apparentemente contraddittoria questa affermazione acquista senso se solo si osservano le sue opere. Il blocco di materia viene scavato, levigato, sino ad arrivare ad esistere per un sottile equilibrio di volumi e superfici, di pieni e di vuoti. Questa attitudine sculturea diviene metafora tattile del concetto di ispirazione, pneuma sottile che informa le domande e le risposte che l'artista si pone incessantemente sull'identità dell'arte. Stilisticamente Tosti lavora nello spazio liminale fra tradizione ed innovazione: tradizione di un fare che conosce empaticamente la materia che tratta, e innovazione nel piegare linguisticamente il concetto di forma e stile. L'arte dello scultore è uquilibrio, scansione di elementi quali la luce, lo spazio, la sostanza materiale che è l'oggetto da ferire, per arrivare ad una pesante idea che scalfisce una leggera materia.
Giorgio Auneddu Mossa
Paolo Tosti scultore del vento: o della forma dell'equilibrio
Se l'artista oggi è sempre solo colui che compie - come annotava Georg Simmel in un celebre saggio (Il volto e il ritratto) - l'atto di formazione del vedere e del sentire con purezza e forza tale da assorbire completamente in sé la materia data dalla Natura, ricreandola, allora Paolo Tosti è autentico artista, e non solo scultore. Il lavoro di Paolo Tosti trova significativo spunto dal valore dell'esperienza del quotidiano quale referto ideale e reale a cui attingere continui elementi poetici di straordinaria vitalità in forma di sintesi di epurata bellezza, alla ricerca della leggerezza, dell'armonia e dell'equilibrio delle forme nello spazio. Il quotidiano per Paolo Tosti, ed è lui stesso che ne rivela l'importanza in un breve scritto a noi indirizzato: "è ciò che vivo attraverso le emozioni". Così è la realtà da cui attingere ispirazione, una realtà altra, più essenziale e poetica per l'artista che orbita continuamente all'infinito tra i paradossi della scienza e della morale, alla ricerca di sé, di una sua più autentica autorappresentazione. Le sue sculture, quali "Geometrie del silenzio", "La città degli altri", "Nella complessità dell'angolo", "Cruna", "Suez", scaturiscono da un processo di astrazione e di sintesi del pensiero stesso, nel momento in cui esso si confronta con il quotidiano. Nascono così, ci rivela ancora spontaneamente lo scultore, le sue idee-forme mutano fino a che "la purezza e la linearità, l'orizzontale e il verticale, non trovando più riferimenti con il loro significato primo, vengono compromessi e si ristrutturano obbedendo ad altri principi, più emotivi che scientifici, in cui anche la casualità gioca un suo ruolo". Così la non coincidenza del senso con la forma, accertata la loro instabilità, coinvolge anche elementi simbolici come, ad esempio, la cruna dell'ago (vedi le due opere "Cruna" del 1999 e del 2000), o elementi della natura quali il vento, il fuoco, il ferro, l'aria ("L'equilibrio del vento" del 1992, "Ombra anomala" del 1996 e "Geometrie del silenzio" del 1999). Dunque le sue forme, le sue strutture che si destrutturano, provengono dal mondo organico, come le "Vertebre" del '96, "Diastole" del '98, o anche dalla assoluta perfezione astronomica come "Orbita minima" del '98, quando, soprattutto nelle opere ultime, a testimonianza del nostro tempo, come ci testimonia l'arista marchigiano "perdono la loro assolutezza formale ed ideologica". Artista forte e di carattere, scultore di buona qualità Tosti ci ha subito convinto, fin dal primo approccio con le sue opere.. Lavori nitidi e di efficace raffinatezza tecnica e compositiva, come "Suez" (marmo verde Alpi e ferro, 100x107x36 cm.), o come "Nella complessità dell'angolo" (marmo brecciato, 60x40x58 cm.), sono sculture realizzate in questi ultimi mesi che possono meglio di altre riassumere la poetica in forma di geniale astrazione e sintesi celeste. Il pieno e il vuoto, caratteristiche ritmiche delle sue "ben disegnate" composizioni, sono sintesi in sublimato accordo di armonie cromatiche e plastiche. Il silenzio in queste opere è necessario alle opere, affinchè queste possano corrispondere con la luna e le stelle, in una sorta di raccordo tra l'artista e l'Universo. Equilibri della forma nello spazio e nel tempo. Una sorta di opere in attesa, in forma di scultura, di altre armonie del vento. Queste sono le qualità non comune che Paolo Tosti ci ha comunicato oggi, con le sue opere tratte dal mondo quotidiano, e a lui noi, per questo siamo riconoscenti, poiché, attraverso il suo lavoro, anche un'arte sempre più difficile e controversa, ma forse anche per questo fascinosa ed amabilissima, quale la scultura, appunto, è ancora "viva" e "vivida", nello spazio del tempo e della luce delle cose, sopra il grande cielo del mondo. Ecco allora che, per meglio intenderle, nel loro superbo e metafisico silenzio, bisogna accostarsi a queste opere di pietra e marmo, come ci si accosta ad un paesaggio. Ma un paesaggio totale e non solo di pietra, ma di terra ed acqua, di aria e di vento. Accostarsi piano e con rispetto, con necessità di pace e di contemplazione, con passione e tenerezza come davanti a una donna, come davanti a una rosa… Così vogliamo ricordare quanto annotavamo in recente occasione a proposito della scultura, anzi del fare scultura oggi (Opere di terra e di fuoco, Torino 1999): "Per noi, oggi più di ieri, l'opera d'arte vive in uno stato di impalpabile leggerezza, e il suo tempo è quello della sospensione… leggera, flebile e trasparente, ma soprattutto fragile. Fragile come un'onda che si frange su un alto scoglio sospinta dal vento. Trasparente come l'acqua dei torrenti che scorre rapida verso il mare, in mille variazioni di riflessi luminosi, stravolgenti, irripetibili in bellezza…". […]
Storico dell'arte - Accademia Albertina